sabato 30 novembre 2013

SE QUESTI SONO UOMINI. E LI CHIAMANO RIBELLI CHE VORREBBERO GOVERNARE LA SIRIA. SE SI MANGIASSERO TRA LORO SAREBBE MEGLIO

Putin ha salvato la Siria da questi pazzi opponendosi allo scellerato progetto anglo-americano e francese di bombardare la Siria. Ecco a chi avrebbero dato il governo della Siria. 

Leone dello zoo di Damasco macellato per fame

Leone Siria

I ribelli diffondono foto sui social network



venerdì 29 novembre 2013

IO L'AVEVO GIA' DETTO E SPIEGATO L' AGOSTO SCORSO. CONSEGUENZE DELL'ANTICOSTITUZIONALITA' DEL PORCELLUM. E BERLUSCONI LO DOVEVA CAPIRE. HA VOLUTO LUI IL PORCELLUM NEL 2005. E ORA NE SUBISCA LE CONSEGUENZE

Senza il porcellum non vi sarebbero stati il governo Prodi nel 2006, il governo Monti (con relativa legge Severino che ha incastrato Berlusconi) e, dopo le elezioni del marzo scorso, il  governo Letta delle grandi intese per far fuori Berlusconi. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ora Berlusconi dovrebbe sperare che questo parlamento fosse dichiarato anticostituzionale. E perciò anticostituzionali tutte le leggi da esso approvate. Ma si avrà il coraggio e l'onestà di riconoscere cio?
Adesso qualche giornale si accorge delle tremende conseguenze del porcellum se la Corte Costituzionale  il 3 dicembre lo dichiarerà anticostituzionale. Ma il quotidiano Libero non ne ha tratto tutte le conseguenze. Infatti risulterebbe anticostituzionale non solo la composizione dell'attuale parlamento, ma anche l'attuale presidente della Repubblica e, paradossalmente, circa la metà dei componenti della stessa Corte Costituzionale.  Ecco il titolo del mio articolo dell'8 agosto 2013.

UN CASINO TREMENDO! MA NESSUNO CI HA ANCORA PENSATO

 

Poi Brunetta si accorge solo adesso, e parzialmente, delle conseguenze. 

PUO' VENIR GIU' TUTTO

La profezia di Brunetta: la Consulta dovrà esprimersi sulla legittimità del "Porcellum". Se la legge elettorale fosse "incostituzionale", le conseguenze sarebbero clamorose

  

mercoledì 27 novembre 2013

DECADENZA DEL PARLAMENTO E NON DI BERLUSCONI. LA FALSA SINISTRA DELL'ODIO NON PREVARRA' MA SI SFASCERA' GRAZIE A RENZI. BISOGNA LIBERARSI DI QUESTA FALSA SINISTRA. L'INFAMIA STORICA RICADA SULLA FALSA SINISTRA

Mancanza di preveggenza. Con chi crede la Taverna e con lei tutto 5 stelle di riformare la Costituzione introducendo il referendum propositivo e l'uscita dall'euro? Con Forza Italia è possibile. Con il PD (Partito della Disgrazia)mai. Mai si avrà una riforma della Costituzione con il PD. 5 stelle dovrebbe avere la maggioranza assoluta per realizzare le cose che vuole. Non potrà continuare a stare da solo. O con Forza Italia o con il PD. Ma se si allea con il PD 5 stelle sparisce. 5stelle sta commettendo un grave errore di cui si pentirà. Non tutte le colpe possono addebitarsi a Berlusconi. Con il PD al governo avremo lo sfascio. Il PD, multiculturalista e antinazionale, sarà costretto a spaccarsi con Renzi perché il vecchio apparato degli ex comunisti (D'Alema) non lo vorranno e cadrà il governo Letta. Tra due mali 5stelle avrebbe dovuto scegliere il male minore, Forza Italia. Se continuerà a stare sull'Aventino 5stelle sparirà. Questa era l'occasione di chiarire le possibili alleanze evitando di portare avanti solo l'odio degli ex comunisti che non sopportano di avere avuto per 19 anni in Berlusconi l'unico ostacolo per avere un continuo potere. Con il PD non vi sarà mai nemmeno una riforma della giustizia.Ci sarà soltanto l'aumento delle tasse e tutto rimarrà come prima. A causa dell'accanimento viscerale contro Berlusconi io sono costretto a continuare a non votare dal 1993. 5 stelle mi ha deluso.  
Se la Corte Costituzionale dichiarerà anticostituzionale il porcellum è tutto il parlamento che ha votato contro Berlusconi che dovrà essere riconosciuto anticostituzionale perché eletto con una legge elettorale anticostituzionale. Il paradosso, come ho già scritto più volte, è che la stessa Corte Costituzionale dovrebbe riconoscersi anticostituzionale nella sua composizione perché eletto per 1/3 da un parlamento eletto anticostituzionalmente e per 1/3 eletto da un presidente della Repubblica, il famigerato Napolitano, eletto due volte da un parlamento eletto anticostituzionalmente. Voglio vedere che cosa capiterà se la Corte di Strasburgo farà decadere la decadenza dal Senato di Berlusconi perché contraria ai diritti dell'uomo la retroattività della legge Severino. L'infamia dovrà ricadere su quelli che contro ogni principio giuridico hanno fatto valere la retroattività di una legge penale. 
E ora quei coglioni di 5stelle hanno gridato "fuori uno e ora fuori tutti". Che cosa credono di avere ottenuto? Credono ancora di poter fare da soli? ILLUSI? NO, coglioni purtroppo.       

PERCHE' CAINO ERA MIGLIORE DI ABELE. ANTICHI EBREI MAESTRI DEI NAZISTI

Vi è un'associazione chiamata NESSUNO TOCCHI CAINO, che si batte contro la pena di morte e che per questo vuole sottrarre alla pena di morte gli assassini. Ma erroneamente ha scelto Caino a simbolo dell'assassino. Evidentemente non hanno mai riflettuto sul significato del mitico racconto del Genesi. Caino era un contadino. Abele era un pastore. Dopo che Caino uccise Abele il dio Jahweh comandò: "Nessuno tocchi Caino". Ma non lo disse certamente perché fosse contrario alla pena di morte. Lo disse perché era necessario che Caino sopravvivesse al fine di contribuire all'espansione della specie umana. Il Genesi non dice che Adamo ed Eva abbiano avuto anche altri figli. Ma è sottinteso che ne ebbero altri, e anche femmine, oltre ad Adamo ed Eva. Altrimenti come avrebbe potuto avere origine ed espandersi la specie umana? Dunque all'inizio i fratelli, figli di Adamo ed Eva, dovettero accoppiarsi con le sorelle, e non si può escludere, dato il silenzio, che Adamo ed Eva si siano accoppiati con i figli. E poi, vista l'età da pluricentenari dei progenitori biblici dell'umanità, la specie umana si propagò per molto tempo con accoppiamenti  tra stretti consaguinei: zii con nipoti di primo grado, cugini con cugine di primo grado. Secondo il ridicolo racconto biblico l'umanità sarebbe tutta il risultato di un'orgia incestuosa. Come inizio non c'è che dire. E questo sarebbe un testo di ispirazione divina! Ma su questo testo, insuperato nella storia solo per il ridicolo, si è basata è si basa ancora la credenza religiosa di molta umanità (non esclusi gli islamici, che nel Corano accettano come vero il racconto biblico, mentre la dottrina cristiana, soprattutto cattolica, ha superato il mito biblico accettando la verità dell'evoluzione biologica).  Ma torniamo a Caino.     
 Il Genesi nella sua rappresentazione mitologica della creazione conferisce all’uomo il dominio su tutto ciò che si muove sulla terra, sul mare e sul cielo: “Incutete paura e terrore a tutti gli animali della terra e a tutti gli uccelli del cielo” (I, 28). Caino passò alla storia come il fratello malvagio. Ma in realtà egli si rese inviso al dio ebraico soltanto perché, essendo contadino, gli offrì le primizie del suo raccolto, e dio lo guardò torvo dispiacendosi con lui e portandogli ad esempio Abele, il buono, che gli aveva offerto, uccidendoli, “i migliori agnellini da latte”. Si può commentare dicendo che allora Caino, deluso, capì che quel dio di sangue si meritava un sangue più prezioso, quello del fratello. Bisognerebbe meditare su questo racconto per trarne la vera immagine del dio ebraico Jahweh, che, presentandosi subito con questo biglietto da visita nel Genesi, ancor più degli dèi pagani gode del sangue degli animali uccisi. E si vede poi nei vari racconti di guerra come egli goda, conseguentemente, anche di quello degli uomini.

Ancor più cruento appare il dio biblico nel rivolgersi a Noè e ai suoi tre figli dopo il diluvio: “Crescete, moltiplicate e riempite la terra. E avranno timore e spavento di voi tutti gli animali della terra e tutti gli uccelli del cielo. Essi son dati in poter vostro con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò che si muove ed ha vita vi servirà di cibo; io vi do questo, come l’erba verde” (9, 1). 
   Il popolo ebraico, sulla base del testo più ridicolo della storia (ma dopo il Corano), ha creduto per secoli di essere il popolo eletto. Infatti, nonostante appaia unica l'origine dell'umanità (con Adamo ed Eva), successivamente appare una sorta di collo di bottiglia che distingue ebrei da non ebrei. Questo collo di bottiglia è rappresentato dalla discendenza di Abramo tramite Isacco, figlio di Abramo e della moglie Sara, mentre Ismaele, il figlio primogenito di Abramo e della serva Agar viene spedito con la madre nel deserto per dare origine al resto dell'umanità. Con chi abbia fatto figli, se non con la stessa madre, il testo biblico non lo dice. Che gliene importava della logica agli anonimi estensori di questo testo da pazzi?  Un'ulteriore collo di bottiglia, per purificare la razza ebraica, si forma con il figlio di Isacco, Giacobbe, la cui famiglia, con tutto il parentado, lascia la mesopotamia per introdursi in Egitto. E dalla discendenza di Giacobbe e della sua famiglia (una conquantina) discendono gli ebrei che in circa 400 anni di permanenza in Egitto diventano 600.000. Come fecero a diventare tanti in 400 anni? Impossibile. Nemmeno se avessero occupato il loro tempo soltanto a copulare fra loro. E all'inizio, anche in questo caso, incestuosamente, all'interno della famiglia di Giacobbe. Da questo popolo di 600.000 ebrei proviene Mosè. Solo a Mosè Jahweh si rivela per la prima volta con il suo vero nome: Jahweh. Con tutti i suoi antenati aveva sempre barato. Si era presentato sempre con diversi nomi, come Elhoim, El Saddai. Perché? I cosiddetti patriarchi (Abramo, Isacco e Giacobbe) non erano abbastanza ebrei perché non erano stati selezionati nella asserita schiavitù in Egitto (una pura invenzione biblica, come la fuga dall'Egitto). Con Mosè inizia la pura razza ebraica. Ma era poi così pura? Non sembra affatto quando si pensi che lo stesso Mosè tradisce nel nome ascendenze egizie, e che i racconti che lo riguardano sono, appunto, tratti da una tradizione egizia, oltre che mesopotamica (il racconto del re Sargon I salvato dalle acque quand'era neonato). Gli antichi ebrei copiavano da questi racconti e poi li rielaboravano liberamente. Così pure i racconti riguardanti Abramo, Isacco e Giacobbe. Si trattava di racconti originariamente distinti. Gli ebrei fecero diventare Abramo padre di Isacco e Isacco padre di Giacobbe. Ma importante era per essi arrivare a dimostrare che la Palestina era la terra promessa al popolo eletto. Perché l'Antico Testamento - pochi lo sanno -  non fu scritto per fare proselitismo, ma per giustificare la superiorità della razza ebraica rispetto al resto dell'umanità, ma non con l'intenzione di assoggettare altri popoli a quello ebraico con le armi oltre i confini della Palestina. Perché agli antichi ebrei degli altri popoli gliene importava nulla. Essi divisero sempre l'umanità in due categorie: ebrei e non ebrei. Rifiutarono sempre di integrarsi con altri popoli in quegli Stati dove arrivarono dopo la diaspora conseguente alla perdita dello Stato ebraico, in realtà un fazzoletto di terra che all'epoca di Gesù si era ridotto allo Stato di Giuda, uno dei due originari Stati ebraici, che erano Israele a nord (con capitale Samaria) e Giuda a sud (con capitale Gerusalemme). Vi furono orrende carneficine tra i due Stati perché lo Stato di Giuda voleva assoggettare a sé lo Stato di Israele, che ebbe breve vita perché scomparve agli inizi dell'VIII sec. a.C., assorbito nel regno assiro.  
Si può dire che Jahweh sia stato un dio protonazista sia perché espressione di una dura concezione razzista (più dura di quella nazista), sia perché un dio di sangue, dio degli eserciti, anche se un dio ridicolo in quanto perse sempre le guerre. Ma come la Germania è sempre diventata più forte dopo aver perso due guerre mondiali, così gli ebrei pare che abbiano imparato dalla Germania divenendo sempre più forti dopo le loro sconfitte nella loro storia di persecuzioni. Essi infatti comandano nell'economia mondiale, e pare che questo fosse per Jahweh, dio di danaro, il destino  riservato al suo popolo eletto. Quello di comandare sul mondo con il danaro e non con le armi. E Jahweh fu tanto furbo da farsi promotore del loro olocausto, con la balla dei sei milioni di ebrei, in modo che il risarcimento dopo la guerra fosse più elevato. E così continua l'industria dell'olocausto. Come se la storia non fosse piena di olocausti. Ma pare che per la storia che insegna nelle scuole esista solo l'asserito olocausto ebraico. 
Sapete chi è uno dei migliori imperatori romani di cui ancora oggi si magnifica la fama? Traiano, con cui l'impero romano giunse ad avere la massima espansione. E come l'ottenne? Con lo sterminio dei Daci (in Romania). Un intero popolo scomparve dalla terra. Un autentico olocausto. Traiano voleva occupare le miniere di quella regione, tra cui anche le ricche miniere d'oro necessarie per rendere più ricco l'impero ricostituendo e rimpinguando le impoverite casse dell'erario ed elargire benefici all'esercito. Oggi le vittorie militari di Traiano sono tutte raccontate nella famosa colonna traiana in Roma. Hitler invase la Russia per un eguale motivo, per impadronirsi delle importanti ricchezze petrolifere del Caucaso e mettere in ginocchio l'Unione Sovietica di Stalin. Ma, al contrario di Traiano, perse la guerra. Se Hitler avesse vinto la guerra oggi a Berlino vi sarebbe una colonna hitleriana per ricordarne le vittorie. Vi è da aggiungere - cosa che gli storici non hanno mai preso in considerazione - che Hitler perse la guerra anche a causa dell'avere sprecato tante divisioni per salvare il fascismo in Grecia, in Africa e in Italia, mentre sul fronte russo negli stessi mesi i generali nazisti chiedevano rinforzi per portare avanti la controffensiva dopo la vittoriosa battaglia di Kursk (successiva alla battaglia di Stalingrado). Ma le divisioni non vi erano. Erano impegnate nel cercare di salvare il fascismo. Incredibile. Ma si sa che la storia è sempre scritta dai vincitori. 
          
       

martedì 26 novembre 2013

UN ALTRO ERRORE DI BERLUSCONI: HA UNA CARTA VINCENTE E NON LA USA: L'AMICO PUTIN

Pur non essendo mai stato un sostenitore di Berlusconi, tento di pormi nei suoi panni. Si sa che l'Italia è il quinto Stato nel mondo, e il secondo in Europa dopo la  Germania, ad intrattenere rapporti commerciali con la Russia. Se la Gazprom, su decisione dello zar Putin, in visita in Italia e ospite privato dell'amico da sempre Berlusconi, chiudesse i rubinetti del gas l'Italia morirebbe tutta di freddo. Non basterebbe il gas dell'Algeria. Eppure Berlusconi non usa quest'arma, che certamente l'amico di ferro Putin gli offrirebbe volentieri. L'amicizia vera è più forte degli affari. E Putin è un sincero amico di Berlusconi. Perché Berlusconi non usa l'arma Putin? Evidentemente ha paura di apparire un ricattatore. E poi soffrirebbero il freddo anche coloro che l'hanno votato e fossero disposti a rivoltarlo. Ma veri berlusconiani sarebbero disposti anche a soffrire il freddo pur di mettere in crisi, con il sistema energetico italiano, l'infausto governo Letta, il cui piano di stabilità, definito dall'Wall Street Journal "stabilità da cimitero", si merita il freddo cadaverico. 
Sarebbe anche la fine di tutti quelli che hanno seguito il grande ex ruffiano Alfano. Nato dal nulla e destinato a tornare nel nulla. Si goda adesso la poltrona, come tutti i suoi seguaci, perché sarà la sua ultima poltrona.    

lunedì 25 novembre 2013

MACCHE' TRAGEDIA! E' FESTA

Oltre che vigliacchi sono anche stronzi. Sparano dovunque vi sia qualcisa che si muova. Nessuna pietà per  questi subanimali. Bisogna sempre festeggiarne la morte.


  1. Nuovo incidente di caccia tra Nuoro e Orune Spara e uccide un ...

    www.unionesarda.it › Cronache dalla Sardegna
    38 min fa - Tragedia nelle campagne tra Nuoro e Orune: un cacciatore è morto durante una battuta di caccia. Un compagno di battuta è rimasto ferito.

domenica 24 novembre 2013

LE "IMPRESE" DI BRIATORE. QUESTA BRUTTA MASSA DI LARDO PARASSITA DELLA SOCIETA'

Inviato a
info@flaviobriatore.com

Quale donna si sarebbe caricata sopra questa brutta massa di lardo se non avesse fatto i soldi che ha fatto? Bisogna anche sapere come li ha fatti. Un analfabeta con diploma di geometra arrampicatore sociale solo grazie a particolari amicizie. Ecco come si fa ritrarre questo subanimale che si diverte uccidendo. Quasi avesse compiuto una grande impresa. La sua vita vale meno di quella di un fagiano. I cacciatori, lurida razza in via d'estinzione, sono solo dei subanimali. Infatti i predatori non uccidono per divertimento ma solo per il loro diritto naturale alla sopravvivenza. 
  
Flavio spara

Briatore cecchino: 30 fagiani morti ai suoi piedi.
E' polemica

Una battuta di caccia decisamente proficua per l'ex manager delle F1. Ma l'immagine sul web non piace a tutti quanti...

Ecco come incominciò a fare soldi (da Wikipedia)

A Milano conobbe Achille Caproni (patron della Caproni Aeroplani), che gli affidò la gestione della CGI (Compagnia Generale Industriale), la holding del gruppo Caproni. I risultati ottenuti da Briatore però furono negativi: la Paramatti, acquistata nel frattempo da Caproni su consiglio dello stesso Briatore, finì in un "crac" ed il pacchetto azionario dell'impresa fu venduto alla statale Efim.
Conclusa la collaborazione con Caproni, Briatore si presentò per un breve periodo come agente discografico, spesso in compagnia di Iva Zanicchi, per poi dedicarsi ad affari connessi a bische clandestine e gioco d'azzardo, che lo portano ad essere condannato in primo grado ad un anno e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Bergamo[4] e a tre anni dal Tribunale di Milano.[2][5] Briatore riuscì ad evitare il carcere rifugiandosi a Saint Thomas, nelle Isole Vergini, per poi tornare in Italia dopo un'amnistia. Durante la latitanza alle Isole Vergini, grazie all'amicizia con Luciano Benetton (conosciuto negli anni milanesi), aprì alcuni franchising Benetton, facendo poi rapidamente carriera nel gruppo dirigente dell'azienda di Ponzano Veneto.[1]

Billionaire  

Un'invenzione per prendere soldi dai ricchi per farsi più ricco

  1. Briatore e 'il figlioccio' che rastrella il libro scomodo - Il Fatto ...

    www.ilfattoquotidiano.it › Cronaca
    15/nov/2010 - I libri scomodi rivelano verità imbarazzanti. E 'Il signor Billionaire', la biografia non autorizzata di Flavio Briatore, è uno di questi. Il volume, edito ...

 

 



sabato 23 novembre 2013

Post non disponibile

In seguito a un'istanza legale ricevuta da Google, abbiamo rimosso questo post. Se lo desideri, puoi consultare ulteriori informazioni sulla richiesta all'indirizzo LumenDatabase.org.

venerdì 22 novembre 2013

L'EURO MONETA DI MORTE. BiSOGNA USCIRNE QUANTO PRIMA

Scrivete su Google "nobel euro patacca" e vedrete come economisti noti (e premio Nobel) come Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Paul Krugman abbiano spiegato che l'euro è stato introdotto come cappio mortale della cosiddetta Unione Europea. Per l'Italia è andata ancora peggio. Bastano poche cifre per capire la follia dell'Unione Europea, a cui si è aggiunta la follia dei governi italiani (senza distinzione tra falsa destra e falsa sinistra). L'Italia cerca di racimolare un paio di miliardi per coprire il mancato pagamento del'IMU per la prima casa. Inoltre ha intenzione di (s)vendere almeno parte del suo patrimonio e della sua partecipazione in imprese che prima erano solo statali (a cominciare dall'ENI). E' stato calcolato che otterrebbe da tale (s)vendita circa 30 miliardi. Ma questi miliardi sarebbero ottenuti perdendo utili annuali ammontanti a circa 3 miliardi. Pertanto nel tempo perderebbe quel capitale che ogni anno equivale a più di quanto otterrebbe con l'IMU sulla prima casa. E' stato calcolato che la TAV in val di Susa verrebbe a costare almeno 20 miliardi. Opera del tutto inutile perché serve a fare arrivare prima le merci in Francia sulla linea Torino Lione. A che serve fare arrivare prima le merci? Forse perché le mozzarelle arrivino fresche? Basterebbe utilizzare meglio la ferrovia già esistente per diminuire il traffico su strada. Che continuerà ad essere prevalente nonostante tutte le stime fasulle contrarie. Per di più vi è il pericolo che bucando la montagna si scopra che dentro di essa vi sia dell'amianto, che sarebbe la rovina della salute e dell'ambiente naturale. La dittatura di governi imbecilli non tiene conto del'opposizione degli abitanti della val di Susa. E questa la chiamano democrazia. Non si è rinunciato ad acquistare gli inutili aerei da guerra F35 che costano 10 miliardi. 
E adesso veniamo allo scandalo maggiore. L'ultimo partecipazione dell'Italia ai fondi comuni europei è stata di ben 50 miliardi. Dico 50 miliardi. Di questi, 37 sono andati al Portogallo. E' stato calcolato che per mettere a sicurezza il territorio in Italia (cicloni, terromoti, etc.) occorrerebbero 40 miliardi. Dunque meno di quanto l'Italia ha regalato l'ultimo anno ai fondi comuni europei. Ancora. Questi maledeti politici lamentano l'evasione fiscale. Ma questa è spesso l'unico mezzo per salvarsi da uno Stato predatore che butta i soldi in opere inutili e li regala ad altri Stati con i fondi comuni europei. Ancora. Questo Stato predatore e biscazziere che induce gli imbecilli a rovinarsi, e con loro le famiglie, ha condonato 37 miliardi di euro ai proprietari delle slot machine patteggiando le tasse in soli 7 miliardi di euro. 
Inoltre, facendosi schiava della infausta legge di cosiddetta stabilità, impedisce ai Comuni di spendere quanto i Comuni hanno a disposizione perché a causa di tale legge bisogna cercare di ridurre la spesa pubblica per diminuire il debito pubblico. In questo modo però si crea un circolo vizioso tremendo perché, riducendo il debito pubblico con il solo scopo di ridurre la spesa corrente (il che sarebbe anche giusto perché molte spese correnti dovrebbero essere razionalizzate evitando sperperi come nella sanità), invece di aumentarlo provvisoriamente per finanziare opere di investimento in opere pubbliche, si riduce il consumo e dunque la produzione, con la conseguenza che le imprese non vendono e sono costrette a licenziare o addirittura a chiudere. Molte imprese sono costrette a chiudere anche perché non sono in grado di affrontare la concorrenza dei prodotti che vengono da Stati (prima la Cina) dove il costo della mano d'opera è assai inferiore. Si è permesso che in molte città si formassero delle Chinatown, in cui i negozi fanno concorrenza sleale perché la follia della Unione Europea (unita solo dalla follia) non permette di porre dei dazi doganali. Mentre gli Stati da cui provengono queste merci concorrenziali pongono dei dazi alle merci che essi importano. Questa è un'ulteriore pazzia. L'UE ormai ci ha espropriato di tutto. Stabilisce quanto olio o latte, per esempio, complessivamente uno Stato debba produrre rispettando quote stabilite, altrimenti un produttore che non rispetti le quote deve pagare delle forti multe. Ma perché uno non deve poter produrre quanto vuole se l'indagine di mercato gli suggerisce di produrre di più? E questo, poi, lo chiamano liberismo e libera concorrenza. 
E' inutile scegliere tra falsa destra (berlusconiani ed ex berlusconiani) e falsa sinistra del PD. Sono tutti della stessa risma. Non hanno alcuna intenzione di preparare una uscita dall'euro. Questi disonesti dicono da ignoranti che l'euro è servito a rallentare l'inflazione. Ma con quale risultato? Bisogna rammentare che il debito pubblico ha incominciato ad aumentare dal 1993 quando si è proceduto a smobilitare le industrie di Stato con il mito della privatizzazione. Con la trasformazione della Banca d'Italia in corporazione di grandi banche private e di grandi Assicurazioni. E ha continuato ad aumentare quando la lira è stata ancorata nel 1997 all'ECU, che è il precedente storico dell'euro. Dunque l'euro ha solo ridotto l'inflazione ma con la conseguenza di aumentare il debito pubblico a causa della depressione economica che esso ha causato. E' evidente infatti che con la depressione economica è diminuito il numero degli occupati, e dunque è diminuita corrispondentemente la massa del prelievo fiscale pur essendo aumentate le tasse. E il debito pubblico è aumentato solo perché non si è saputa razionalizzare la spesa corrente, a partire dal parassitismo della politica dei partiti ladroni. 
Siamo al totale fallimento del capitalismo liberistico.   
Coloro che, senza distinzione tra falsa destra e falsa sinistra, vanno continuamente minacciando il pericolo di un'uscita dall'euro perché avremmo una moneta svalutata (la si chiami lira o come si vuole) sono o disonesti o ignoranti. E' vero che avremmo una moneta svalutata. Ma questo è necessario per porre rimedio a quella disgrazia dell'euro che è stato introdotto con una scellerata sopravvalutazione rispetto alla lira. Con la conseguenza prevedibile di un aumento di tutti i prezzi in Italia, perché, per una legge simile a quella dei vasi comunicanti, le monete più forti (come il marco e il franco) hanno diminuito il loro valore mentre quelle più deboli l'hanno aumentato. Con l'ulteriore conseguenza che in Italia i prezzi si sono adeguati a quelli più alti dell'Europa del nord e della Francia. E mentre la Germania, per esempio, si è avvantaggiata nelle esportazioni a causa del minore valore dell'euro rispetto al marco, l'Italia si è trovata svantaggiata nelle esportazioni e nel mercato interno, dove i prezzi di tutte le merci si sono spostate verso l'alto, mentre gli stipendi e i salari non hanno seguito un corrispondente aumento. Si è calcolato che, tornando alla lira, questa verrebbe svalutata almeno del 20% rispetto all'euro. Ma questo non cambierebbe affatto le cose nel mercato interno perché i prezzi sarebbero costretti ad adeguarsi alla minore capacità di acquisto con la lira. Mentre le esportazioni verrebbero favorite per il minore costo delle merci rispetto al dollaro e all'euro per quegli Stati che lo volessero conservare. Vi è tuttavia da considerare che la prima a subire gli effetti negativi di un ritorno alle monete nazionali da parte degli Stati del sud Europa sarebbe proprio la Germania, che dovrebbe soccombere di fronte alla concorrenza dei prezzi più bassi relativi alle monete nazionali. E finirebbe la dittatura economica della Germania in Europa. Con l'euro si è violata la legge economica che vuole che il valore della moneta rispecchi l'economia reale, e non virtuale, di uno Stato. Quando l'Argentina, per contrastare l'inflazione, ancorò il peso al dollaro andò incontro ad una rovina economica. Da cui uscì lentamente abbandonando il dollaro. Mi si spieghi una buona volta come l'Inghilterra stia meglio con la sterlina, perché mai la piccola Danimarca abbia bocciato l'euro con il referendum e perché così abbia fatto anche la Svezia. Tutti Stati facenti parti dell'UE. Come si vede, si può vivere bene, e anche meglio, senza l'euro. Mi si spieghi perché mai la piccola Svizzera (non  facente parte dell'UE) non abbia affatto risentito della depressione economica della zona euro.  
Nella trasmissione piazza pulita (La 7) di lunedì scorso gli economisti Paolo Barnard e Claudio Borghi hanno spiegato bene le conseguenze negative dell'introduzione dell'euro. In particolare Barnard ha proposto che per un determinato e limitato periodo di tempo aumenti il debito pubblico perché lo Stato lo usi per assorbire la disoccupazione in imprese di Stato per tutti quei settori che non facciano concorrenza alle imprese private. Assorbendo la disoccupazione si sgraveranno le imprese dell'enorme costo del lavoro diminuendo le tasse e allo stesso tempo si aumenterà il consumo grazie all'assorbimento della disoccupazione. Quando le imprese private torneranno in questo modo ad essere più produttive si potrà allora avere un travaso dal settore pubblico a quello privato, che avrà bisogno di nuova mano d'opera per l'aumento della produttività. Nel complesso, con l'aumento dell'occupazione, si avrà un complessivo e corrispondente aumento del gettito fiscale senza dover aumentare le tasse come, invece, hanno fatto sinora tutti i governi. Con l'effetto, ulteriormente, benefico, della diminuzione del debito pubblico dopo il provvosorio aumento.
Alla luce di queste considerazioni non vi è alcuna sostanziale differenza all'interno del PD (Partito della Disgrazia, falsamente di sinistra perché ormai, avendo abbracciato il liberismo, non si distingue dalla falsa destra dei berlusconiani o ex berlusconiani). Non vi è infatti alcuna differenza tra il parolaio Matteo Renzi e il suo competitore Gianni Cuperlo, spalleggiato dalla cariatide politica che è D'Alema. Il primo, a sentirlo parlare, sembra un rivoluzionario. Ma non si è ancora capito che cosa voglia e in che cosa consista il suo programma. Il secondo ha proposto ieri (alla trasmissione Servizio pubblico) di chiudere con il ventennio passato ma non ha saputo dire in che cosa dovrebbe consistere il futuro. Siamo nella palude delle parole con individui che nascondono dietro le critiche la loro nullità politica. 
Oggi la vera sinistra può trovarsi solo a destra, in una destra sociale e non liberistica. E come si chiama una destra che abbia il controllo pieno dell'economia da parte dello Stato contro l'economia predatrice della finanza dell'economia della globalizzazione dei mercati? Si chiama socialismo nazionale. Ovvero, anche se può fare spavento per riferimento al passato, nazionalsocialismo. Riveduto e corretto. I francesi se ne stanno accorgendo, anche se in ritardo e lentamente. Infatti il primo partito in Francia è quello della destra sociale di Marie Le Pen. E' il partito che manca in Italia.                
Quale soluzione allora? Io continuerò a far parte dal 1993 del partito dei non votanti (che dovrebbe consistere nel far diminuire il numero delle poltrone in proporzione al numero dei non votanti o votanti scheda bianca o nulla, fatta salva una soglia fisiologica del 15-20 % dei non votanti). Ma a coloro che non volessero rinunciare ad andare a votare posso solo consigliare di turarsi il naso e votare Grillo. Solo sulle macerie di questo Stato dei partiti si può costruire qualcosa di nuovo. Grillo è l'unico che abbia proposto chiaramente l'uscita dall'euro e il referendum propositivo in modo da scavalcare la palude del parlamento e la falsa democrazia rappresentativa. Che il popolo si assuma direttamente le sue responsabilità senza falsi rappresentanti che siedono in parlamento, dove i partiti sanno solo farsi i cazzi loro. E per questo purtroppo occorre una riforma della Costituzione perché i dittatori che hanno approvato nella Costituente del  1946 questa merda di Costituzione hanno escluso il referendum propositivo e il referendum abrogativo per quanto riguarda i trattati internazionali. Cosicché ci hanno imposto questa disgrazia dell'euro dall'alto senza nemmeno poter richiedere che fosse prima sottoposto a referendum.        

mercoledì 20 novembre 2013

O MINISTRA CANCELLIERI! DIMMI CON CHI VAI E TI DIRO' CHI SEI

E' nauseante l'accordo tra berlusconiani e apparato del PD per salvare questa ministra. Prima di tutto vi è da osservare il ricatto a cui si sono sottomessi Renzi e Cuperlo, pur essendo favorevoli alla mozione di sfiducia. Non hanno avuto il coraggio di opporsi al vecchio apparato del PD (Partito della Disgrazia) che ha imposto loro di non votare contro la ministra per salvare il miserabile governo Letta, che ha imposto il ricatto: chi è contro la Cancellieri è contro di me e la conseguenza sarà la caduta del governo. Che futuro migliore possono garantire individui che prepongono interessi di poltrone al salvataggio di una ministra amica di una famiglia di delinquenti? Che dire poi dei berlusconiani ed ex berlusconiani (Alfano e compagnia brutta) che hanno difeso la ministra solo per fare una equazione impropria tra la telefonata di Berlusconi alla Questura per far rilasciare la puttanella Ruby e la telefonata della Cancellieri alla compagna di Salvatore Ligresti? I berlusconiani ed ex berlusconiani hanno fatto il seguente "ragionamento". Se si salva la Cancellieri per la sua telefonata si deve salvare anche Berlusconi nel processo ancora in corso per il caso Ruby in relazione alla telefonata fatta da Berlusconi in Questura. Imbecilli. I casi sono assai diversi. Berlusconi (lasciamo perdere la domanda se fosse in buonafede o in malafede nel dire che Ruby fosse la nipote di Mubarack) non è intervenuto per liberare una carcerata, ma una che era finita in Questura senza che vi fosse alcun procedimento giudiziario nei suoi confronti e che era destinata ad essere affidata, in quanto minorenne, alle assistenti sociali (considerando il fatto che la Ruby aveva già un passato da volontaria prostituta, se pur  minorenne). Diverso è il caso di una Cancellieri che telefona lei stessa alla famiglia Ligresti e senza avere ricevuto precedentemente una telefonata da questa famiglia di truffatori. Ma anche se l'avesse ricevuta avrebbe dovuto chiudere il telefono rifiutando di parlare. Nella sua veste di ministra (e per di più della giustizia) avrebbe dovuto rompere totalmente i rapporti con questa famiglia delinquenziale per non far nascere il fondato sospetto, che è più di un sospetto, che fosse collusa con essa. Ammesso che dal punto di vista del Codice Penale non abbia commesso alcun reato rimane il fatto che un ministro della giustizia non si sarebbe dovuto permettere di agire in favore della carcerata Giulia Ligresti per non essere compromessa con questa. La Cancellieri è colpevole di avere mantenuto dei rapporti con i Ligresti. Chi riveste una carica governativa non può avere avuto, e tanto meno conservare, rapporti con malavitosi. Ed è ridicolo il tentativo di discolparsi dicendo che già in altri casi, più di cento ha detto, aveva agito nello stesso modo telefonando all'autorità giudiziaria. In questo caso si sarebbe dovuta assolutamente astenere dati i rapporti di familiarità con i Ligresti. Non si deve dimenticare che il Peluso, figlio della Cancellieri, fu per 14 mesi amministratore delegato della FONSAI (controllata dai Ligresti) e ne uscì con una liquidazione di 3,5 milioni di euro. Dati questi gravi precedenti la Cancellieri è colpevole di qualcosa che non è meno grave di un reato: di avere un passato sporco che non è stato ripulito, e, anzi, ancor più reso sporco, dalla sua telefonata alla compagna di Savatore Ligresti partecipando - cosa assurda - al dolore della famiglia Ligresti per il fatto che Giulia Ligresti si trovasse in carcere. E così con la scusa che Giulia Ligresti fosse diventata anoressica (ma poi ha riacquistato in pochi giorni tutti i chili andando a fare acquisti appena uscita dal carcere) si è proceduto alla sua liberazione. Allora conviene a tutti i carcerati fare furbescamente (come Giulia Ligresti) lo sciopero della fame sino ad apparire anoressici per avere almeno gli arresti domiciliari. Se la conseguenza è assurda vuol dire che è assurda la premessa. La Cancellieri avrebbe dovuto evitare di occuparsi di Giulia Ligresti telefonando alla famiglia, i cui componenti erano già stati tutti condannati ed erano finiti in carcere, tranne il figlio maschio riuscito a scappare in Svizzera.  
I partiti che ne hanno impedito la revoca da ministro dovranno subirne le consegenze in fatto di onestà. Parafrasando il vecchio detto "la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto" si deve concludere che la Cancellieri rimarrà per sempre in modo sporco al di sotto di ogni sospetto. Si goda pure il suo salvataggio, ma sappia che, evitando di dimettersi, ha sporcato ancora di più la sua immagine. E per sempre. Attaccata anch'essa senza alcuna dignità alla poltrona con colla da falegname, sapendo che certamente (vi è da augurarsi) sarà anche l'ultima. Rimarrà nel ricordo l'amica di una famiglia delinquenziale.                            . 

LA RIVOLTA DI GAIA. E LA RESPONSABILITA' DEI SARDI

Ci si commuove per ciò che è accaduto in Sardegna dopo il ciclone Cleopatra. Ma non ci si commuove quando d'estate la Sardegna è devastata dagli incendi provocati soprattutto dai pastori che mettono fuoco nella sterpaglia e anche nei pochi boschi rimanenti per far crescere meglio e più in fretta l'erba per i pascoli. Non ci si commuove al pensiero che si è divisa la Sardegna (con appena un milione e 600 mila abitanti) in ben otto province per meglio parcellizzare politicamente il territorio in modo da permettere agli speculatori di assaltare più facilmente il territorio con costruzioni abusive anche nei luoghi che si trovano vicini agli argini dei fiumi o ai costoni che sono soggetti a frane. Dove erano i sindaci quando si incominciava a costruire abusivamente con la sicurezza che poi sarebbe intervenuto il solito condono edilizio perché nessun partito avrebbe poi avuto il coraggio di chiederne la demolizione per paura di perdere i voti? Dove era il sindaco di Olbia (in carica da sette anni) quando si costruiva abusivamente? Come mai non è mai intervenuto per interrompere sin dall'inizio la costruzione?
Inoltre debbo rilevare la totale imprudenza o imperizia di quelli che, pur essendo in atto il ciclone, lo sfidavano mettendosi in auto invece di starsene in casa rifugiandosi in un piano superiore. Era il caso di accompagnare fuori casa dei bambini? Dove dovevano portarli? A scuola? E in quelle condizioni? Sono i genitori colpevoli della loro fine. Perché una madre si trovava in auto (mercedes smart) con la sua bambina nel mezzo del ciclone dove la povera e innocente bambina è morta affogata dentro l'auto con la sciagurata madre? Dove stava andando in quel momento questa sciagurata? Si può piangere per la bambina ma non per lei. Dove stava andando quel padre con il figlio di tre anni quando in campagna fu investito con il figlio dalla marea delle acque? Vi è da rimanere sconcertati di fronte a comportamenti conseguenti ad imprudenza che confina con la pazzia. Ecco come i disonesti distorcono certe dichiarazioni.Lara Comi non ha detto che i sardi sono ignoranti. Ha detto che ignorano le norme basilari della sicurezza.
E ora passo alle cause che stanno provocando sulla Terra queste cosiddette calamità, dovute quasi totalmente alla pazzia umana. L'eccessivo calore dei mari dovuto all'aumento della temperatura della Terra causato dall'aumento dell'anidride carbonica provoca un contrasto con le temperature fredde (sotto zero) della stratosfera. Da questo contrasto nascono i cicloni. Lo si è spiegato anche alle TV. Ecco quanto avevo già scritto già nel 2006 in uno dei miei libri e ho ripetuto nel mio ultimo E giustizia infine fu fatta. 

Non si riesce a capire che il migliore rimedio contro la fame nel mondo consiste nel non far nascere altri poveri e ammalati in questa Terra antropizzata.

Il rimedio non può consistere nel migliorare il livello alimentare ponendo a disposizione una maggiore quantità di proteine ricavandole dalla carne.
D'altronde, la ferrea legge dell'economista Vilfredo Pareto dice che la ricchezza di uno Stato è proporzionale al reddito e inversamente proporzionale alla popolazione. Dunque una delle due: o si è costretti a produrre continuamente di più (con conseguente aumento dell'inquinamento) per inseguire l'aumento della popolazione, oppure bisogna far diminuire la popolazione senza che fosse necessario produrre ed inquinare di più per aumentare la ricchezza di un popolo.
Ecco perché Paesi come la Finlandia e la Svezia, avendo un rapporto ottimale tra estensione del territorio e popolazione, hanno uno sviluppo economico avanzato che permetteva un'assistenza sanitaria e sociale delle migliori. Ed è scientificamente dimostrato che la criminalità è proporzionale all'affollamento.
Nemmeno nella Conferenza dell'Onu (Copenaghen, 7-18 dicembre 2009) organizzata per contrastare le cause dei mutamenti climatici si è fatto riferimento alla causa principale dell'immissione nell'atmosfera, e perciò sulla terra, dei gas serra, tra cui, principalmente l'anidride carbonica, non avvertendo che la causa principale era data dagli allevamenti intensivi di morte, che con le flatulenze degli animali producono il 18% dei gas inquinanti (tra cui il metano, l'ammoniaca e l'anidride carbonica), superiore all'inquinamento causato da tutta la viabilità mondiale, pari al 14%. Mangiare una bistecca equivale a percorrere con una automobile di media cilindrata circa 50 km.1
“Quattro aziende producono oggi il 60% dei maiali in USA”. Dove ogni americano si ingroppa 127 chili di escrementi di maiali della Smithfield, che produce 31 milioni di suini anno. “Gli animali allevati in USA producono 130 volte i rifiuti organici di tutta la popolazione umana del Paese: 40 tonnellate al secondo”. Non esistono impianti di trattamento dei rifiuti organici per gli animali d'allevamento. Quindi tutti quegli escrementi dove vanno a finire? E da che cosa sono composti? “Ammoniaca, metano, acido solfidrico, monossido di carbonio, cianuro, fosforo, nitrati e metalli pesanti. In più i liquami nutrono più di cento micro patogeni che possono provocare malattie nell'uomo , tra cui salmonella, cryptosporidium, streptococchi e giardia. I bambini che crescono nel comprensorio di una porcilaia industriale hanno tassi di asma superiori del 50%”. I campi non sono in grado di assorbire tutto questo. “I liquami vengono pompati in grossissimi lagoni (con una estensione di più di un ettaro e profondi 9 metri) accanto alle porcilaie, e possono essere numerosi, un centinaio o più”.
“Il deflusso si insinua nei corsi d'acqua, e i gas velenosi come ammoniaca e acido solforico evaporano nell'aria. Quando quei pozzi neri grandi come campi di calcio sono sul punto di traboccare vengono irrorati i liquami sui campi. Talvolta li spruzzano dritti in aria, un geyser di escrementi che spande un aerosol di feci creando vortici gassosi capaci di provocare gravi danni neurologici. Studi hanno dimostrato che i lagoni emettono sostanze chimiche tossiche nell'aria e che possono provocare problemi infiammatori, immunitari, flogistici e neurochimici negli esseri umani”. I fatturati delle aziende però crescono e i costi di bonifica vengono posti a carico della comunità. La distruzione del paesaggio si sa è un crimine, uno dei più efferati, perché viene compromesso tutto il sistema di vita. Gli allevamenti intensivi sono un'assurdità e prima o poi dovranno cessare di esistere. Ogni stabilimento di salumi produce una filiera del benessere del consumatore. Un cretino che non ha consapevolezza, che non sa e non vuol saperne della sofferenza che vi è nel suo piatto. Siamo tutti responsabili di ciò che non facciamo. E' la violenza portata a sistema che trasforma in un affettato cibo morto....La carne etica non esiste. E' una falsità. E' solo un feroce sterminio industrializzato.”2
Per alcuni secoli l'umanità ha sfruttato il carbone come fonte maggiore di energia e nel XX secolo si era aggiunto il petrolio. Ma né il carbone né il petrolio erano stati causa dell'inquinamento atmosferico sino alla metà del XX secolo, al cui inizio la popolazione umana era di circa un miliardo e mezzo. Nell'arco di mezzo secolo è passata a circa sette miliardi. E' dunque l'antropizzazione della Terra la causa principale dei mutamenti climatici, giacché le piante, con la pazzesca deforestazione dell'Amazzonia, polmone verde della Terra - e sacrificata negli ultimi decenni a vantaggio degli allevamenti di morte delle industrie dell'hamburger degli USA - non riescono più ad assorbire l'eccesso di anidride carbonica in rispetto dei normali tempi biologici.
Sulla Terra vi sono almeno cinque miliardi in più di individui che non dovrebbero esistere. Ma di ciò nessuno parla nelle varie conferenze dell'ONU, che si preoccupa, tramite la FAO, del problema alimentare sapendo soltanto rincorrere scelleratamente l'aumento della popolazione.
Lovelock, il noto scienziato autore del libro Gaia (1979) aveva considerato la Terra come un organismo vivente capace di autoregolarsi per mantenere le condizioni di vita. Ma dopo 27 anni si era ricreduto scrivendo La rivolta di Gaia (2006). Egli, non essendo più ottimista come lo era stato, prevedeva la fine dell'uomo nell'arco di un secolo. Il quadro di allarme era di quelli destinati a far paura per le previsioni inquietanti. I rimedi erano possibili, ma pressoché inesistenti. Secondo Lovelock il riscaldamento della Terra avrebbe raggiunto il punto di non ritorno, e l'umanità avrebbe avuto di fronte a sé meno di un secolo. L'impatto dei condizionamenti climatici nel giro di 50 anni sarebbe stato tale da permettere la vita solo in una ristretta porzione di artico, condannando a morte certa miliardi di persone. La previsione arriva ad un approccio che osserva l'insieme dei fattori di pressione sull'atmosfera, in luogo dei semplici elementi indicativi dei cambiamenti climatici. Lo scioglimento dei poli avrebbe come effetto un innalzamento della temperatura degli oceani perché i ghiacci non rifletterebbero più i raggi solari.
Il progresso tecnologico, indirizzato unicamente verso un maggiore benessere materiale, funzionale alla ricerca spasmodica del profitto e del consumo, o teso ad un più alto livello di vita delle popolazioni povere prescindendo dalla necessità di una diminuzione della popolazione umana, è ormai la causa maggiore della rivolta di Gaia.
1 “Si calcola che per produrre un solo hamburger vengono prodotti 3 chili di anidride carbonica, senza contare che, come abbiamo modo di vedere nello studio Livestock and Climate Change, oltre la metà dei gas serra prodotto oggi dall'uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame” (www.greenme.it).
2 Dal sito www.luigiboschi.it (voce “animali”).L'articolo del sito trae spunto dall'inaugurazione di un nuovo stabilimento (di morte) della Parmacotto su 72.000 mq, con annuncio di un nuovo lager di morte negli USA. Ho tralasciato la descrizione delle terribili crudeltà a cui sono sottoposti i maiali in questi lager. Sarebbe inutile per chi sia indifferente ad esse e sia interessato solo al proprio palato o sia preoccupato solo della propria salute. Le frasi tra virgolette sono tratte dal libro di Jonathan Safran Foer (di origine ebraica) Se niente importa. Perchè mangiamo gli animali?, Guanda 2010.

       

martedì 19 novembre 2013

TOTO' RIINA MINACCIA DI MORTE I MAGISTRATI. PENA DI MORTE UNICA SOLUZIONE PER ESTIRPARE LE MAFIE

Si sa che i capi mafia continuano sempre a comandare anche dal carcere. Essi hanno come unico scopo della vita l'orgasmo del potere. Non è tanto il danaro in sé che li porta ad essere dei criminali. Il danaro è la conseguenza, non la causa della loro natura criminale. Infatti che cosa si godono della vita questi criminali se, pur manovrando una grande massa di danaro, non possono godere tranquillamente della loro ricchezza e sono costretti a vivere nell'oscurità con il timore di essere arrestati o di rimanere vittime di bande rivali? Oltre che essere criminali sono anche stronzi. Essi non sanno vivere se non si sentono forti nel comandare. Diceva Benedetto Croce che tra lo Stato ed una organizzazione a delinquere non vi è differenza perché, se la seconda ha un potere maggiore, si sostituisce allo Stato. Lo Stato cosiddetto democratico è il migliore terreno di cultura delle organizzazioni criminali. Esse si infiltrano infatti in tutte le istituzioni dello Stato facendo di quest'ultimo il braccio esecutivo dei loro progetti criminali. Ed uno Stato che si faccia garantista del rispetto della vita dei capi delle organizzazioni a delinquere è destinato a soccombere. Questi criminali conservano anche in carcere il loro potere perché possono ricattare con minacce di morte magistrati, direttori delle carceri e guardie carcerarie, nonché le rispettive famiglie. Solo da morti non possono più comandare. Chi si oppone alla pena di morte per questi criminali si oppone all'eliminazione delle varie mafie. Si oppone anche, per esempio, alla eliminazione di quei criminali che hanno progettato e comandato l'attentato terroristico in cui sono morti Falcone e Borsellino, quello della strage di via dei Georgofili (Firenze) e i successivi attentati terroristici a Roma.  

Ecco quanto avevo scritto nel 2006 nel mio testo Scontro tra culture e metacultura scientifica: l'Occidente e il diritto naturale.  

Sul diritto naturale si fonda la giustificazione della pena di morte. La condanna della pena di morte discende dalla solita confusione tra morale e diritto, che porta lo Stato a sostituirsi alla vittima innocente che non avrebbe voluto moralmente perdonare, con la conseguenza contraddittoria che l’assassino avrebbe un diritto naturale alla vita maggiore rispetto a quello della vittima. Coloro che, “allignando nella palude dell’emotivo”,1 gonfi di sentimento, ma privi di ragione, attribuiscono ipocritamente alla pena una funzione rieducativa (come si desume dall’art. 27 della Costituzione italiana), e non afflittiva, ritengono barbari i sostenitori della pena di morte. 
Tra questi barbari dovrebbero essere inclusi allora anche il fondatore del cristianesimo, S. Paolo (che nell’Episola ai Romani riconobbe al governo, anche pagano, l’jus gladii, cioè il diritto di spada), nonché il maggiore Padre della Chiesa, S. Agostino, il maggiore dottore di essa, S. Tomaso, il padre del liberalismo moderno, Locke, il maggiore filosofo dell’Illuminismo, Kant, sino a giungere a Pio XII, che, proposto per la beatificazione da Giovanni Paolo II, difese una concezione vendicativa della pena e giustificò la pena di morte vedendo nel disprezzo dell’ordine pubblico un’opposizione a Dio (Acta Apostolicae Sedis 47, 1955). Pio XII. l’ultimo grande papa. Dopo di lui il caos nella Chiesa cattolica. Giovanni Paolo II, facendo visita ad un carcere, invitò i carcerati a sopportare la loro croce, come se i delinquenti di ogni specie potessero essere considerati vittime e non carnefici. Il buonismo che uccide la giustizia.
Platone nel Protagora afferma che è comando divino l’uccidere gli individui incapaci di giustizia, in quanto sono una piaga sociale. E nelle Leggi (L. IX) è prevista la pena di morte per gli omicidi volontari e l’esilio per due o tre anni per quelli involontari, essendo ritenuti tali quelli causati da uno stato d’ira motivato, che, tuttavia, non non vale come attenuante nel caso di patricidio o matricidio. Aristotele (Etica nicomachea, V, 5), pur sfiorando soltanto l’argomento, scrive che “alcuni ritengono che la legge del taglione sia assolutamente il giusto; e così affermarno i Pitagorici: essi infatti definirono in senso assoluto il giusto come il rendere agli altri il contraccambio. Ma la legge del taglione non si accorda con la giustizia distributiva né con quella regolatrice”, cioè compensativa del danno subito. Infatti subito dopo Aristotele spiega che è più grave colpire un magistrato perché in tal caso chi lo colpisce dovrà non soltanto essere colpito, ma anche punito. Dunque Aristotele, benché non accenni espressamente alla pena di morte, chiarisce che la legge del taglione è la base della giustizia. Rimane sottinteso che l’assassino merita la morte che egli ha inflitto ad altri.
Seneca, autore delle Lettere a Lucilio, che possono essere considerate il capolavoro della filosofia morale di ogni tempo, scrive nel De clementia che la legge nel punire i delitti può applicare anche la pena di morte, “estirpando i malfattori dal corpo sociale per assicurare la tranquilla convivenza degli altri”.
Il diritto romano consolidò la teoria che la giustizia dovesse ritenersi pubblica vendetta nei confronti di chi attentasse al bene comune, identificato con l’utilità sociale. Nell’età moderna il diritto romano fu elaborato da filosofi e giuristi secondo l’indirizzo del diritto naturale, per trovare in esso la giustificazione della libertà di pensiero, ma anche quella della pena di morte in difesa dell’ordine pubblico2
Nelle Lettere3Agostino evidenzia come il perdono possa avere conseguenze negative su chi, invece di correggere la propria condotta, incrudelisca nella sua arroganza, oppure, correttosi nella sua condotta, induca tuttavia altri ad approfittare sperando in eguale impunità. Riprendendo il pensiero di S. Paolo, Agostino scrive: “Se fai il male, abbi paura, poiché l’autorità non senza ragione porta la spada; essa infatti è strumento per infliggere punizione ai malfattori in nome di Dio”. Inoltre S. Agostino scrisse nel De libero arbitrio che “se l’omicidio consiste nel distruggere o uccidere un uomo, talvolta si può uccidere senza commettere peccato; questo vale per il soldato col nemico, per il giudice o il ministro con coloro che fanno del male”.
In Agostino prevale la teoria della prevenzione come giustificazione della pena di morte. Una funzione prevalentemente retributiva, oltre che emendativa e di prevenzione, ha, invece, la pena di morte per S. Tomaso, che nella Summa theologica (II, II, q. 68, a.1) giustifica la pena come vendetta che si esercita sui malvagi in quanto questi usurpano i diritti di Dio e nella Summa contra Gentiles (III, cap. 146), dopo aver scritto che la vita del delinquente deve essere sacrificata, allo stesso modo in cui “il medico taglia a buon diritto e utilmente la parte malata", aggiunge che “uccidere un uomo che pecca può essere un bene come uccidere un’animale nocivo. Infatti un uomo cattivo è peggiore e più nocivo di un animale nocivo”. Vi è dunque da domandarsi quale credibilità possa avere oggi la Chiesa, che, rinnegando circa 2000 anni di dottrina, da S. Paolo ad oggi, ha abolito nel 1999 dal Catechismo la pena di morte. La condanna della pena di morte vuole essere espressione di superiorità morale (dettata dal sentimento), ma è di fatto espressione di inferiorità giuridica, causata dalla corruzione del diritto da parte della morale.
Montaigne nei Saggi (1580) scrive, giustificando la pena di morte, che “non si corregge colui che è impiccato; si correggono gli altri per mezzo suo”. Tale giustificazione prescindeva da una concezione retributiva, e perciò da diritto naturale, perché Montaigne, esprimendo un relativismo culturale, faceva discendere le leggi dal costume di un popolo, scrivendo che “le leggi della coscienza, che noi diciamo nascere dalla natura, nascono invece dal costume…Per cui accade che quello che è fuori dai cardini del costume lo si giudica fuori dei cardini della ragione”.4 Non si capisce pertanto come egli potesse pretendere di impiegare la ragione per giudicare i costumi. 
Montesquieu ne Lo spirito delle leggi (1749), dove si dà la prima chiara formulazione della divisione dei poteri, scrive che “la pena di morte è provocata dalla natura delle cose…Essa è come il rimedio della società malata”.
Rousseau nel Contratto sociale (1762) considera la pena di morte entro una concezione retributiva sul presupposto che il cittadino è obbligato ad obbedire alla volontà generale (della maggioranza) quale condizione della conservazione del patto sociale, che implica la conservazione della vita dei contraenti. Ma chi vuole conservare la vita con il contributo degli altri deve essere anche disposto a morire dal momento in cui cessa di essere membro della società perché ne è divenuto nemico con il suo delitto. La conservazione della società in tal caso è incompatibile con quella del criminale.
Scrive Rousseau nel Contratto sociale che “è appunto per non essere vittime di un assassino che noi consentiamo a morire se diventiamo tali…Ogni malfattore diviene a causa dei suoi delitti nemico della patria; cessa di esserne membro; a questo punto la conservazione dello Stato è incompatibile con la sua; bisogna che uno dei due perisca”.
Ha scritto Kant: “Se poi egli ha ucciso, deve morire. Qui non esiste alcun altro surrogato che possa soddisfare la giustizia. Non c’è alcuna omogeneità tra una vita per quanto penosa e la morte; e di conseguenza non esiste altra eguaglianza tra il delitto e la punizione, fuorché nella morte giuridicamente inflitta al criminale” (Metafisica dei costumi, parte II, sez. I, nota). 5
E Schopenhauer, utilizzando contro Kant la seconda forma dell’imperativo categorico dello stesso Kant (“agisci in modo da trattare sempre l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di tutti gli altri, anche come fine, mai soltanto come mezzo”, osservava, rincarando la dose, che essa era infondata alla luce della giustificazione della pena di morte: “A quella formula ci sarebbe da obiettare che il delinquente condannato a morte è trattato, e giustamente, soltanto come mezzo e non come fine, come mezzo indispensabile per confermare alla legge, se attuato, la forza deterrente, nella quale appunto consiste il suo fine”.6 In sostanza, per Schopenhauer l’assassino non fa parte dell’umanità, e dunque la sua vita cessa di essere un fine per diventare solo un mezzo della forza deterrente della legge. Ma, in effetti, Kant era alieno da qualsiasi concezione utilitaristica della pena, come quella di Schopenhauer, che vedeva nella pena un mero mezzo per ottenere un bene per la società. Per Kant è lo stesso delitto che richiede una proporzionata pena come imperativo categorico non potendo il condannato a morte essere utilizzato come esempio che serva da deterrente. Si può dire che per Kant la pena di morte si giustifica sulla base della considerazione che l’uomo, anche quando è un criminale, non può mai essere considerato un mezzo, per cui lo stesso criminale dovrebbe richiedere per sé la pena di morte per riscattarsi come uomo.
Verso la fine del ‘700 Giovanni Domenico Romagnosi (1761-1835) in Genesi del diritto penale (1791), considerando che il diritto penale trova la sua giustificazione nella difesa della società e nella salvaguardia dei cittadini, ritenne che la pena giusta fosse quella che meglio garantisse la conservazione dei cittadini. Pertanto qualsiasi pena era giustificata. E in Memoria sulle pene capitali (1830) scrisse che “non si tratta più di vedere se esista il diritto di punire sino alla morte: ma bensì se esiste il bisogno di esercitare questodiritto…Chi commette un delitto commette un’azione senza diritto…Dunque il male irrogato per difesa necessaria al facinoroso è un fatto di diritto. Dunque se questo male dovess’essere spinto fino alla morte del facinoroso, questa morte sarebbe data con diritto…Voler poi negare indefinitivamente questo bisogno sarebbe lo stesso come dire in chirurgia non potersi dar il caso di dover fare l’amputazione di un membro”. Romagnosi riteneva che la galera, pur senza lavoro, fosse per molti non un castigo ma un premio.
Hegel vide nel delitto il prevalere della volontà del singolo sulla volontà universale, per cui la pena consiste nel rovesciare la volontà del reo restaurando la volontà universale, che non significa recuperare il delinquente.7
In Lineamenti di filosofia del diritto (1821) Hegel espose, come Kant, una concezione retributiva della pena, che ha la funzione di restaurare l’ordinamento violato. Criticando anch’egli, come Kant, Beccaria, ricononobbe allo Stato il diritto di applicare la pena di morte, giacché “l’annientamento del diritto è taglione, senza per questo essere vendetta”.8
L’abolizionista si trova in compagnia di Robespierre, che, prima di cambiare idea pochi anni dopo, scriveva nei Discorsi sulla pena di morte, avvalendosi dell’argomento del possibile errore giudiziario, che la pena di morte era un eccesso di severità, e precisava: “un vincitore che tagli la gola ai suoi prigionieri è definito un barbaro”. Egli si poneva contro il Codice penale approvato dall’Assemblea costituente nel 1791, che riconfermava la pena di morte prevista dalle leggi dell’ancien regime. L’abolizionista si trova in compagnia anche dell’anarchico Max Stirner, che nell’opera L’unico e la sua proprietà 9 concepiva il diritto come come legato all’arbitrio del singolo, sì da poter scrivere: “Se tu riconduci il diritto alla sua origine, in te, esso diventerà il tuo diritto, e sarà giusto ciò che per te è giusto”. La conseguenza è che per Stirner il crimine esiste soltanto perché esiste il dominio della legge che si ammanta di sacralità, e non viceversa, e la punizione si giustifica soltanto perché lo Stato si arroga il diritto di esercitare una vendetta chiamata punizione. Si può vedere come il ragionamento degli abolizionisti nasconda le stesse premesse di una concezione anarchica dello Stato, il cui diritto di punire si fonderebbe unicamente su una pretesa sacralità della legge. Stirner non si avvide che, partendo dalla sua concezione anarchica dell’individuo, a difesa dell’unicità della vita, intesa come espressione di solo egoismo, avrebbe dovuto ritenere normale l’omicidio, e innaturale l’intervento della legge a difesa della vita dello stesso egoista. L’assolutizzazione dell’individuo porta a giustificare, contraddittoriamente, il suo annullamento sulla base di una concezione della legge intesa come espressione della forza, e non come difesa del diritto naturale all’autoconservazione.
Il famoso Dei delitti e delle pene (1764) di Beccaria nell’escludere la pena di morte esprime una concezione contrattualistica e utilitaristica della legge,10 e pertanto non può che escludere una concezione retributiva della pena. Secondo Beccaria dal contratto sociale non deriva il diritto dello Stato di applicare la pena di morte perché gli uomini non possono avere contrattato ciò, dando agli altri il potere di ucciderli. Ma si noti come l’affermazione di Beccaria sia, oltre che illogica, soltanto una petizione di principio. Infatti gli uomini che avessero escluso la pena di morte sin dalla fase del contratto sociale per timore di essere uccisi avrebbero ammesso di aderire contraddittoriamente (perché in malafede) al contratto, avendo già d’allora intenzione di uccidere, mentre il contratto nasceva perché nessuno potesse più rimanere vittima degli altri. Chi non avesse avuto intenzione di uccidere non avrebbe avuto paura di richiedere allo Stato la pena di morte, per maggiore tutela della propria vita, ma, al contrario, l’avrebbe impedita chi avesse avuto in animo di uccidere, pur aderendo al contratto. Perciò l’esempio di Beccaria giustifica solo la malafede.
Per Beccaria la pena ha la funzione di distogliere gli altri dal commettere eguale reato, mentre gli è estranea una concezione emendativa della pena, che serva al reo per redimersi. Ma si tratta di una giustificazione logicamente insostenibile, giacché 1) o tutti si dovrebbero sentire distolti; 2) o la pena non serve a tutti quelli che non si siano sentiti distolti, mentre per tutti gli altri sarebbe inutile.
La pena serve soltanto a quelli che non si sentano distolti. Ma questa è una tautologia che non spiega alcunché.
Le argomentazioni di Beccaria contro la pena di morte sono dunque risibili. Egli scrive: “Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risultano la sovranità e le leggi…Non è dunque la pena di morte un diritto…ma è una guerra della nazione con un cittadino, che giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere”. Quale enorme confusione di idee! Da una parte un assassino viene considerato moralisticamente simile alla vittima innocente, dall’altra si presenta come negativo ciò che è positivo, che lo Stato, come in una guerra, ritenga necessario o utile usare le armi da guerra contro il nemico. L’argomentazione di Beccaria si rivolge contro di lui. Ma lungi da qualsiasi considerazione filosofico-umanitaria l’illuminista Beccaria è indotto a chiedere per il carcere perpetuo “una schiavitù perpetua! “fra ceppi o le catene”, in cui “il disperato non finisce i suoi mali”, come, invece, con la pena di morte. Beccaria condanna lo Stato che compra le delazioni e impone taglie: “Chi ha la forza di difendersi non cerca di comprarla. Di più, un tal editto sconvolge tutte le idee di morale e di virtù, che ad ogni minimo vento svaniscono nell’animo umano. Ora le leggi invitano al tradimento, ed ora lo puniscono…Invece di prevenire un delitto, ne fa nascere cento. Questi sono gli espedienti delle nazioni deboli, le leggi delle quali non sono che istantanee riparazioni di un edificio rovinoso che crolla da ogni parte”.11 D’altra parte, Beccaria (Dei delitti e delle pene, cap. XXVII) continuò a giustificare la pena di morte se “la morte di qualche cittadino diviene necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini tengon luogo di leggi”.
Bisognerebbe dunque concludere che Beccaria non sarebbe oggi contrario alla pena di morte almeno per i delitti di mafia, in cui “i disordini tengon luogo di leggi”, o contro i trafficanti di droga, cioè di morte, siano collegati o non con la mafia. La mafia non può essere combattuta democraticamente, ma sospendendo nelle regioni mafiose ogni forma di rappresentanza politica, esposta localmente ai ricatti mafiosi, e ogni forma di garanzia costituzionale nei confroni delle famiglie mafiose, a cui soggiace anche tutto l’apparato giudiziario, dalle guardie carcerarie ai direttori delle carceri sino ai magistrati che dovrebbero giudicare i criminali mafiosi, i quali smetterebbero di comandare e ricattare anche dal carcere soltanto se venissero giustiziati con la pena di morte. Soltanto da morti non potrebbero più comandere e ordinare altre uccisioni. Si sa quali sono le famiglie mafiose, e quando si peschi dentro di esse si pesca sempre bene, senza andare per il sottile. Uno Stato che non voglia intendere ciò è o buffone o connivente con questa feccia di specie soltanto biologicamente umana. Merito principale di Beccaria è l’avere evidenziato la necessità di “una proporzione tra i delitti e le pene”. Ma proprio tale proporzione sarà rivendicata da Kant contro Beccaria per giustificare la pena di morte.
Oggi nella dottrina penale americana prevale una concezione retributiva della pena che giustifica la posizione di Kant basata sul principio di eguaglianza. La legge del taglione (lex talionis) raccomanda di “fare agli altri ciò che questi hanno fatto a te”, come rafforzativa della regola aurea secondo cui bisogna “fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” (norma evangelica). In base alla lex talionis si ripristina l’eguaglianza che è stata turbata dal crimine E’ questa la tesi di J. H. Reiman.12 In base a tale principio il crimine è un attacco alla sovranità dell’individuo che pone il criminale in una posizione di illegittima sovranità su un altro. La vittima ha il diritto, e la società il dovere, di rettificare la posizione del criminale riducendone la sovranità nello stesso grado. La vittima avrebbe avuto il diritto, ma non il dovere, di perdonare a chi ha attentato al suo diritto naturale, ma rispettando il principio che la vita della vittima non possa essere valutata come inferiore rispetto a quella del suo uccisore. Una pena alternativa come l’ergastolo (che in Italia non esiste più) non sarebbe in accordo con il principio di umanità della pena e dell’ipocrita funzione rieducativa di essa. E’ stato anche scritto: “Chi non avverte che vi è qualcosa di macabro e di beffardo in un processo nel quale la vittima non può più udire la propria voce?…Ma vi è di più, chi uccide con il suo delitto diminuisce in tutti il valore della vita, togliendo a ognuno un po’ di sicurezza di vivere, il che è come dire che lo priva di una parte della sua vitalità…L’esclusione della pena di morte per omicidio è un portato di maggiore civiltà o non è invece il segno di una minore sensibilità morale e di una meno chiara percezione del vero?…Chi con deliberato proposito uccide un uomo deve essere a sua volta ucciso dalla società costituita, che non può sottrarsi al suo obbligo senza macchiarsi di una colpa…E’ forse giusto che chi uccida non venga a sua volta ucciso? E che gli si infligga invece una pena di carcere che sarà mite in ragione di come saprà difendersi contro un morto”,13 grazie ad avvocato prezzolato o al solito psicologo o sociologo di turno pronto a trovare tutte le attenuanti generiche e specifiche? Si vuole spesso dimostrare che l’assassino nel momento del crimine fosse incapace di intendere e volere. Ma poi riacquista sempre la lucidità! Si pretende assurdamente che il criminale si riconcili con la società senza tenere in alcun conto la vita dell’ucciso. Gli abolizionisti sono proprio coloro che ipocritamente o disonestamente tengono in minor valore la vita umana, stando a difesa degli assassini. Questo discorso vale anche per Amnesty International, che, come direbbe Hegel, alla ragione sostituisce la “brodaglia del cuore” (Lineamenti di filosofia del diritto, pref. ): associazione di saccenti presuntuosi e arroganti che credono di avere un cervello migliore di quello di tutti i pensatori che abbiamo citato. E, a parte la giustizia che bisogna rendere alla vittima, anche se morta, vi è un superiore interesse della società a liberarsi degli assassini che a ritenere “sacra”, come stupidamente si dice, anche la vita di un criminale.
T. Sellin14volle dimostrare con un’indagine statistica che la pena di morte negli Stati Uniti non aveva un’influenza frenante sugli indici di morte per omicidio. Gli rispose Isaac Ehrlich,15 che scrisse che i metodi statistici erano inattendibili, mentre, avvalendosi di diverse ipotesi, si poteva affermare che durante il periodo 1935-69 ciascuna esecuzione capitale aveva prevenuto il verificarsi di sette o otto omicidi in più. Infatti il criminale, in base alle offerte di mercato, conforma la sua condotta al desiderio di massimizzare il suo guadagno e di minimizzare i costi personali. Quando tra i possibili costi vi è la pena di morte diminuisce il desiderio di massimizzare il profitto. Ma questi sono argomenti utilitaristici che non scalfiscono minimamente il principio secondo cui la vita dell’assassino non deve valere più di quella della sua vittima.
Chi è favorevole alla pena di morte ormai non ha più il coraggio di dirlo pubblicamente o non trova spazio, in Europa, soprattutto in Italia, per affermarne la giustezza perché i mass media, operando una dispotica censura, hanno deciso che i favorevoli alla pena di morte sono dei barbari, che non debbono corrompere i civili. La condanna della pena di morte vuole essere espressione di superiorità morale, ma è di fatto soltanto espressione di inferiorità giuridica. Da notare come gli stessi mass media, essendo totalmente privi di alcuna capacità o volontà di discutere sul piano razionale, essendo capaci di fare soltanto affermazioni moralistiche ed emotive contro la pena di morte, gonfi di sentimento e vuoti di ragione, confermino che la morale nasce soltanto dal sentimento e non dalla ragione, perché non trovano altro mezzo di persuasione, giocando sui sentimenti, che impiegare la telecamera per far vedere il condannato che soffre o l’ambiente della camera della morte, approfittando del fatto che non vi è mai una telecamera pronta a riprendere l’assassino quando infierisce impietosamente sulla vittima innocente. E se le immagini dell’assassino all’opera esistessero, ipocritamente non verrebbero fatte vedere con la scusa di non turbare la sensibilità dello spettatore. Inoltre gli abolizionisti non vogliono misurarsi con il gran numero di sostenitori della morte facendo finta che non esistano o impediscono un pubblico confronto, certamente timorosi di scoprirsi in minoranza. Essi sono anche dei disonesti arroganti, e pretendono di essere rappresentanti del progresso civile, sapendo solo demonizzare verbosamente come incivili chi ha seri argomenti contro di essi.
Sia almeno riconosciuto ad ognuno il diritto di dichiarare se sia disposto a perdonare il suo eventuale assassino, perché lo Stato non si sostituisca alla volontà della vittima innocente.16 E’ contraddittorio che ognuno per legittima difesa possa anticipare il suo aggressore armato uccidendolo, mentre si riconosce allo stesso aggressore che abbia anticipato la vittima il diritto di continuare a vivere. La legittima difesa presuppone che nel momento dell’aggressione la vita dell’aggressore non disponga più della tutela della legge e che esso si ponga in uno stato di natura, ponendo la sua vita alla mercé dell’aggredito. Non si capisce dunque perché lo Stato restituisca la tutela alla vita dell’assassino soltanto perché questo è riuscito ad anticipare la vittima.17Vi sono pubblici ministeri, garantisti senza cervello, capaci ormai di incriminare per omicidio o per eccesso di difesa chi previene un rapinatore uccidendolo, certamente convinti che l’aggredito debba prima rischiare di farsi uccidere. La giustizia è in mano anche a questi individui, con la loro cultura del buonismo che uccide la giustizia. Essi sanno scioperare soltanto contro qualsiasi controllo di merito del loro operato, non perché la giustizia abbia tempi brevi e chi la richiede non debba invecchiare o morire prima di una sentenza.
Se si prendesse spunto dal pensiero dei filosofi esistenzialisti – che hanno mancato di trattare la questione della pena di morte – si dovrebbe riconoscere che, essendo l’uomo, come essi dicono, una possibilità autocostitutiva, come esistenza e non come essenza (o specie), il valore dell’esistenza umana non è dato dal fatto di essere umana, ma dal fatto di esprimere una possibile esistenza, da valutare in relazione ad un progetto che è la stessa singolarità dell’esistenza. Pertanto il criminale non può essere sottratto alla pena di morte dalla sua essenza umana, che esiste soltanto biologicamente. Già Pico della Mirandola nell’Oratio de dignitate hominis immaginava che Dio dicesse all’uomo: “Tu dominerai la tua natura secondo il tuo arbitrio…non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto”. Sta all’uomo, secondo Pico, scegliere se essere soltanto un animale o di natura divina. Egli è responsabile del suo progetto di vita.

La morale ha persino corrotto il significato del termine “vendetta” dandole un significato negativo, se non dispregiativo, mentre in realtà essa dovrebbe continuare ad essere espressione, come lo fu nell’antichità greca, di giustizia, in relazione ad una responsabilità oggettiva, come la intese Platone nelle Leggi. Che fa lo Stato, con l’infliggere una pena, se non vendicare la vittima e la stessa società di cui è stato violato l’ordine? Da notare come si tratti soltanto di una questione di attribuzione, perché la vendetta, se è attuata dallo Stato, è giustizia, mentre non lo è se è attuata dalla vittima o da chi per lui. 
 


1 Carlo Nicoletti, Sì, alla pena di morte?, Cedam 1997, p. 60. L’autore soltanto per ragioni di cautela ha preferito aggiungere il punto interrogativo al titolo del suo testo. Egli ritiene che la concezione emendativa, cioè quella che pone come scopo della pena il recupero del colpevole, sia profondamente utopica e ipocrita perché non tiene conto delle condizioni e dei luoghi di pena, per cui “una carceraria città del sole costituisce niente di più che una contraddizione in termini” (p.9). Tale concezione è soltanto una dichiarazione di intenti, in quanto “il ravvedimento è sempre e comunque un fatto individuale” (p.11). Quanto alla concezione della pena come prevenzione, essa è cinica, perché, prescindendo da ogni implicazione morale, ha come fine quello di isolare chi costituisce un attentato all’ordine sociale. Tuttavia l’autore, professore di diritto processuale civile a Cagliari, ritiene che quest’ultima concezione “è quella che perfettamente si attaglia alla pena di morte” (p. 16), quando pare, invece, evidente che sia la concezione retributiva, per la corrispondenza che essa richiede tra il delitto e la sua punizione. L’autore precisa che la pena non può essere assimilata alla vendetta perché quest’ultima può essere accompagnata dal piacere di restituire il male. Ma allora dovrebbe escludersi anche il piacere della giustizia.

2 Sulla pena di morte nella storia occidentale cfr. di Alberto Bandolfi Pena e pena di morte. Temi etici nella storia, Edizioni Dehoniane 1985; di Italo Mereu La morte come pena. Saggio sulla violenza legale, Donzelli 1982. L’esame che quest’ultimo testo fa di tutti gli eccessi, non escluse diverse forme di tortura, nell’applicazione della pena di morte come uso politico per sbarazzarsi degli avversari non deve essere confuso con il discorso sui principi.
3 Agostino, Lettere, II, Città Nuova, 1971, pp. 541-47.
4 Saggi, Adelphi, 1982, p. 150.
5 Kart (ibid.) accusò Beccaria di “affettato sentimentalismo”.
6 Il fondamento della morale, op. cit., p. 164.
7 Filosofia dello spirito jenese, Laterza 1984, p. 139
8 E’ evidente che Hegel, distinguendo la legge del taglione dalla vendetta, considera quest’ultima soltanto come espressione di una punizione privata, che può non rispettare la proporzionalità tra delitto e pena. Ma in sostanza anche la pena comminata dallo Stato non può non essere considerata anch’essa una vendetta, se la pena rientra in una concezione retributiva come quella di Hegel.
9 In Gli anarchici, a cura di G.M Bravo, Adelphi 1970, pp. 510 sgg.
10 Il contrattualismo non implica necessariamente l’utilitarismo come negazione di un diritto naturale. In Hobbes, per esempio, la concezione contrattualistica si accorda con quella utilitaristica, ma anche con una concezione giusnaturalistica che vede la legge naturale non dipendere dal contratto ma precederlo. Così in Locke la concezione contrattualistica si accorda con il diritto naturale alla libertà e alla proprietà (Secondo Trattato del governo civile (a cura di Luigi Pareyson) , Utet 1982, pp. 229-63.
11 Oggi il riferimento fa all’impiego, da parte dello Stato, dei cosiddetti “pentiti”, premiati per le loro “confessioni”. E’ il risultato, direbbe Beccaria, di uno Stato che, non avendo la forza di difendersi, a causa del suo garantismo nei riguardi delle organizzazioni criminali, cerca di comprarla, mandando in rovina l’edificio dell’ordinamento giuridico, fondato sulla proporzionalità della pena al delitto.
12 Justice, Civilation and the Death Penalty, Justice 1991.
13 Carlo Cetti, Della pena di morte. Confutazione a Beccaria, Como 1960, pp. 12-13.
14 The Death Penalty, The American Law Insitute, Philadelphia 1959.
15 The deterrent effect of punishment: a question of life and death, American Economics Reviw, 65, 1975.
16 In questo senso si può ritenere ampliata la considerazione svolta da Platone nelle Leggi (IX, 869), dove è previsto che in caso di patricidio (o matricidio) – il delitto ritenuto più grave da Platone – il padre (o la madre) possa avere il tempo, prima di morire, di perdonare il figlio. In tal caso il patricidio (o matricidio) sarà ritenuto involontario e il colpevole dovrà soltanto purificarsi.
17 Il nostro ragionamento trova riscontro in Gaetano Filangieri (Scienza della legislazione, 1781-88), che, riprendendo il pensiero di Locke sullo stato di natura, in cui ognuno ha il diritto di punire i delitti (II Trattato del governo civile, II, 11), osserva, contro Beccaria (Dei delitti e delle pene, 1764), che nello stato di natura si perde il diritto alla vita quando la si toglie ad altri, perché ognuno ha il diritto di uccidere il suo ingiusto aggressore, e, se rimane ucciso, il suo diritto si trasferisce da lui alla società. D’altra parte, non si aggiunge mai che Beccaria continuò a giustificare la pena di morte per quei delitti che minano l’ordine sociale. Riferimento odierno potrebbero essere le organizzazioni a delinquere come la mafia, contro cui si devono usare leggi di guerra, non di pace, sospendendo le garanzie costituzionali, conservando le quali si ha soltanto uno Stato imbelle e buffone, se non colluso. Combattere la mafia (che impiega la pena di morte) con il garantismo delle leggi di pace, e senza applicare la pena di morte, significa cercare di contrastare un esercito dotato di artiglieria pesante con un esercito equipaggiato al massimo con fucili da caccia. Poiché è impossibile estirpare la mafia con metodi democratici, nell’attuale “democrazia” il sud d’Italia si merita soltanto l’autogoverno della mafia, senza aiuti economici da parte di altre regioni. Ha scritto Aristotele (Politica) che ogni popolo ha il governo che si merita. I capi mafia continuano a comandare dal carcere ricattando guardie e direttori del carcere. La pena di morte impedirebbe ai mafiosi di continuare a dare ordini. E’ altrettanto inconcepibile che non si applichi la pena di morte nei confronti dei trafficanti di droga, cioè di morte. Ritenere che la loro vita sia degna di rispetto significa corrompere lo stesso concetto di giustizia. Essi minano anche l’ordine sociale, per cui, dallo stesso punto di vista di Beccaria, dovrebbero essere eliminati senza pietà.